BARBELFISHING–Pesca a feeder con esche naturali – Parte 1

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Ricordo ancora adesso il mio primo barbo. Ero un ragazzino e avevo scoperto da poco le canne con il mulinello e la “pesca a fondo” dopo aver passato qualche anno a scorrazzare per fossi e canali alla ricerca di carassi e alborelle a canna fissa. Un amico più grande di me durante una battuta di pesca mi mise la pulce nell’orecchio:

“Sai che sotto quella famosa cascata dicono che si prendono i barbi?”

E io: “E che aspettiamo ad andarci? Non ne ho mai preso uno!”

Ero ancora in fase “scoperte” e quel pesce mai visto mi aveva sempre incuriosito. Ricordo di aver lanciato il mio piombo il più lontano possibile, verso il rigoglìo della cascata. Mi faceva strano innescare quei vermetti bianchi: io che ero abituato a cercare lombrichi nel podere vicino casa e di spender soldi per delle esche non mi era assolutamente concepibile quando si potevano avere gratis…

“Eh ma i barbi si prendono coi bigattini!” … Così mi avevan detto.

E ancor più difficile fu convincere mio papà (che non è pescatore) che i soldi li doveva sborsare. Ricordo ancora lo stupore della prima mangiata. La canna sobbalzava violentemente e il combattimento fu talmente concitato che ci rimasi quasi male quando vidi che dall’altra parte della lenza c’era un pesce che a fatica arrivava al mezzo chilo.

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Fino a quando non fui in età da motorino e non scoprii l’Adda, la cattura di barbi fu legata ad eventi casuali. Fu proprio un giorno sulle rive di quel fiume che incontrai Mario Molinari che mi mostrò quello strano scatolino forato. La ripetizione delle abboccate che si susseguivano sulla sua lenza era una cosa al limite dell’incredibile. Spesso le mangiate erano quasi istantanee. Da quel momento conobbi un mondo che mi ha accompagnato per parecchi anni, fatto di ore passate a catturar barbi.

La pesca a feeder era (ed è tuttora) devastante e pian piano, con l’esperienza, riuscivo a capire quando e come prender barbi con una facilità tale da catturare anche 60-70 pesci in molti dei pomeriggi delle vacanze estive passati sui ghiareti dell’Adda. La direzione era sempre la stessa e il mio Ciao ormai percorreva a memoria quella strada. Prendevo la mia fida telescopica da pesca a fondo, un picchetto, due o 3 “blockend” (pasturatori chiusi per i bigattini), un rocchetto di filo da terminali, una bustina d’ami e uno scatolino con un po di pastura (rigorosamente fatta in casa con pane, formaggio, mais e biscotti vecchi) e mezzo chilo di larve. Bastava innescare con cura un bigattino bianco e uno rosso, riempire il pasturatore con un po di pastura e una manciata di bigatti , lanciare un pochino più a monte del punto desiderato e aspettare che la corrente scaricasse il contenuto del pasturatore. La mangiata si avvertiva decisa e il divertimento era assicurato. Tanti barbi, ma gli esemplari più belli capitavano raramente. Molto raramente.

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Col tempo, con l’aiuto di internet e l’iscrizione a LBFItalia (prima ed unica associazione di pesca a ledgering in Italia) sono venuto a contatto con tante persone e tanti pescatori (alcuni dei quali sono diventati amici) e le conoscenze e le esperienza nella pesca a feeder si sono “evolute”. Nuove lenze, nuovi stratagemmi per poter pescare meglio. La svolta, nel mio caso, è stata scoprire la pesca “invernale”. Quella che prima era solo una passione da coltivare nella bella stagione diventa una “malattia” da praticare anche e soprattutto con 10 gradi sotto zero. Nei posti giusti pescando a feeder la dimensione dei barbi aumentava a dismisura e l’esemplare di taglia (attorno ai 2 chili) che prima facevi fatica a catture in una stagione (estiva) di pesca, ora quasi non si contava. Catturare 15-20 esemplari a sessione era ormai diventata la norma. E non era raro catturare esemplari anche più grossi. Complici la poca pressione di pesca, il boom demografico di questa specie (che è nelle nostre acque da relativamente poco tempo) ed un paio di inverni miti (2006 e 2007). In questo periodo i fiumi sono stati “invasi” da centinaia di pescatori a feeder e le catture di grossi barbi non erano più una cosa così rara.

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La “tecnica” era (ed è) bene o male sempre la stessa:

  • Una canna da feeder da 13 o 14 piedi di lunghezza con la vetta puntata al cielo
  • Un buon mulinello caricato con del nylon generoso
  • Una lenza in “powergum” per ammortizzare le testate di eventuali grossi barbi
  • Un pasturatore di dimensioni discrete (si, perchè spesso questi branchi di barbi si radunavano in punti con corrente decisa)
  • Un buon finale, lungo e robusto (anche di 120-150 cm dello 0,20)
  • Un amo robusto farcito con un bel fiocco di bigattini.

Si lanciava a monte a circa 45°, si dava “una canna” di filo in modo che la corrente facesse meno pressione sulla madrelenza (in gergo è detta “pesca con la pancia”), si attendeva l’assestamento del pasturatore sul fondo, che nel frattempo scaricava il suo contenuto, e la mangiata era quasi assicurata. E se il pasturatore non si assestava e ruzzolava a valle spesso era anche meglio. Se poi non si muoveva da solo bastava fare “l’invito”, ovvero tirare leggermente la lenza in modo da far muovere il pasturatore sul fondo e invogliare i barbi a mangiare, facendo una sorta di richiamo.

Spesso ci si doveva (deve) contendere il posto con i “passatisti” che, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno, erano tanti e forse più numerosi dei pescatori a ledgering. Ma la pesca “a corta distanza” non sempre è possibile e la gittata di un feeder permette di arrivare in posti dove un galleggiante non arriva (e, aggiungerei, stare a gambe in acqua con temperature rigide non è una cosa che molti sono disposti a fare).

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Tanti pesci, tane belle catture, ma anche tanta pressione di pesca che hanno negli anni (complice, a mio parere, anche altri fattori come ad esempio inverni più rigidi, normale stabilizzazione delle popolazioni di barbi, ecc.) fatto diventare queste pescate eccezionali non più una costante, soprattutto negli spot più “famosi”. Ma le cose erano, almeno per me, destinate a breve a cambiare…..

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L'autore

Giuseppe Uggeri muove i suoi primi passi nel mondo della pesca già all'età di 4 anni, quando, grazie al papà, scopre per la prima volta il Grande Fiume e la magia ad esso legata. Da quel momento e per tutta l'adolescenza bazzicherà fossi e canali della zona provando un po' tutte le tecniche di pesca da autodidatta con l'attezzatura "di recupero" regalatagli dallo zio. L'acquisto di un vecchio Ciao gli aprirà un mondo tutto nuovo e la possibilità di frequentare il basso tratto dell'Adda, dove conoscerà Mario Molinari, la pesca a ledgering e i barbi che abitano quel tratto di fiume. Nel 2006 diventa socio LBFItalia e tramite il forum conosce il mitico "Zio Gio" (Giovanni Massetti) che lo indottrinerà al mondo della pesca specialistica, del carpfishing e dei prodotti Big Fish. Attualmente Giuseppe non collabora più con Big Fish.

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