BARBELFISHING–Pesca a feeder con esche naturali –Parte 2

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SecondaParte

Come detto nella prima “puntata” di questo articolo sulla pesca a feeder, la pesca invernale da qualche tempo non da più la “certezza” di fare grossi barbi, almeno non nelle mie zone, non come prima (complici sicuramente anche un meteo non proprio clemente e le condizioni dei fiumi spesso difficili oltre alla tanta pressione di pesca). Se l’inverno è (o forse dovrei dire era) perfetto per avere ottime possibilità di pescare bei barbi senza faticare troppo, è anche la stagione in cui i fiumi subiscono spesso cambi di livello, piene, grossi sbalzi di temperatura, facendo diminuire così le giornate buone per andare a pesca. Se consideriamo poi che, per via del lavoro (fortunatamente), difficilmente riesco a dedicare più di un giorno alla settimana alla pesca, quasi esclusivamente nel weekend (come penso la maggior parte dei pescatori di questo mondo), la probabilità di incrociare un giorno buono da novembre a febbraio si riduce notevolmente.

Troppe incognite, troppi “vincoli” per godere a pieno della propria passione. Ma soprattutto, tutti quei grossi barbi, che fine fanno nella bella stagione?

Di certo non spariscono. Ma nei posti “classici” si prendono solo (o quasi) barbi di piccola taglia. Provando a ragionarci un po’ ho pensato che, evidentemente, durante l’inverno i grossi barbi si imbrancano perchè certe zone del fiume sono le uniche dove riescono a trovare cibo, per lo più trasportato dalla corrente. Durante tutto il resto dell’anno invece riescono a trovare cibo, come gamberetti, chioccioline e tutto ciò che abbonda durante la bella stagione, anche in altri posti, dove il dispendio di energie è minore e dove non serve più la forza del branco, anzi, l’unione del gruppo è quasi deleteria.

SecondaParte_2Dalle feci dei barbi catturati in estate si capisce subito come e dove si cibano

Ho iniziato così a provare a pescare a feeder in posti dove la corrente era meno forte, in quelle zone del fiume dove sapevo della presenza di alimento naturale in abbondanza e dove la presenza di piccoli barbi non rendeva la pesca a feeder impossibile. Complice poi una casualità, ho iniziato a pensare fortemente che questa “teoria” fosse vera. Una mattina di agosto, io e Dario, amico e compagno di pesca, decidiamo di uscire in barca a pescare a ledgering. Purtroppo però è lunedì e dalle mie parti i negozi son chiusi, quindi niente bigattini. Ci ancoriamo in una zona del fiume al di fuori della corrente in acqua pressochè ferma. Lui cattura un paio di belle carpe pescando a method con della pastura dolce e del mais, mentre io decido di pescare comunque a feeder, ultilizzando un “cage feeder” (un pasturatore di rete metallica) farcito di pastura al formaggio e di innescare un grosso fiocco di pane. Pesca di attesa e niente movimento come in inverno; lancio e aspetto ricaricando il pasturatore ogni tanto. Una mangiata improvvisa e un breve combattimento mi fulminano il terminale, ma alla mangiata successiva catturo un barbo di grosse dimensioni. Mai avrei pensato di catturare un pesce così in quella zona del fiume di acqua pressochè ferma. La comune concezione vuole che le acque “da barbo” siano altre, eppure quel bel pesce ha mangiato proprio li, in meno di 2 metri di fondo e su un fondale molle di fango (ma evidentemente ricco di cibo).

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Da quell’estate ho iniziato ad ampliare le mie vedute non focalizzandomi solo sulla pesca invernale e la cattura di barbi di taglia più che discreta nella bella stagione non era più qualcosa di raro: in certi momenti della giornata (spesso appena prima del tramonto) e in particolari zone, anche l’approccio classico con i bigattini mi regalava qualche bel barbo, contornato dalle onnipresenti carpe, qualche silurotto, aspi, breme e gli immancabli barbi “taglia estiva”.

L’ azione di pesca era toltalmente differente. Niente più attrezzature e feeder pesanti farciti di larve che ruzzolano sul fondo, ma una pesca di attesa, fatta con attrezzature e lenze più “leggere”. Ami e finali più piccoli (nel limite del possibile) per un approccio meno invasivo, cercarcando di fregare, se presenti, i pochi, grossi e sospettosi barbi che pascolano in quei fondali alla ricerca di cibo. Un pasturatore “aperto”, spesso leggero ma di dimensioni generose, carico di pastura, micropellet e semi di canapa corredava l’immancabile lenza in powergum. I bigattini finivano quasi esclusivamente sull’amo, magari rossi, belli grossi e vivaci, oppure sotto forma di “casters” (lo stadio “successivo” della larva di mosca carnaria, ovvero appena prima della schiusa della mosca) innescati “a manina” come gli inglesi insegnano.

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Una pesca più “mirata”, senza più puntare al branco, ma ai singoli grossi esemplari, consapevole che, con le esche naturali, non sarebbe stato possibile fare una selezione “definitiva”. Ormai, però, il passo verso la selezione vera e propria sarebbe stato molto breve (anzi, in realtà qualche “esperimento” era già avvenuto). Ma questo lo scopriremo prossimamente.

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L'autore

Giuseppe Uggeri muove i suoi primi passi nel mondo della pesca già all'età di 4 anni, quando, grazie al papà, scopre per la prima volta il Grande Fiume e la magia ad esso legata. Da quel momento e per tutta l'adolescenza bazzicherà fossi e canali della zona provando un po' tutte le tecniche di pesca da autodidatta con l'attezzatura "di recupero" regalatagli dallo zio. L'acquisto di un vecchio Ciao gli aprirà un mondo tutto nuovo e la possibilità di frequentare il basso tratto dell'Adda, dove conoscerà Mario Molinari, la pesca a ledgering e i barbi che abitano quel tratto di fiume. Nel 2006 diventa socio LBFItalia e tramite il forum conosce il mitico "Zio Gio" (Giovanni Massetti) che lo indottrinerà al mondo della pesca specialistica, del carpfishing e dei prodotti Big Fish. Attualmente Giuseppe non collabora più con Big Fish.

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