BARBELFISHING: Viaggio nella terra dei barbi

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Copertina

Le estati del 2009 e del 2010 hanno segnato una svolta nella mia “vita da pescatore”. Vivere sulla tua pelle ciò che fino ad allora avevi solo potuto leggere e vedere su riviste, web e DVD equivale ad un sogno divenuto realtà. Sì, perchè poter assaporare i colori, i profumi, le sensazioni di una terra che fa della pesca e del rispetto per l’ambiente un vero e proprio “credo” (l’Inghilterra) ti rende consapevole di quanto questa passione sia davvero meravigliosa, se vissuta nel modo corretto.

Grazie ad alcuni amici (Mario, Davide, Mirko, Carlo e Gregorio) e ad alcuni contatti in loco, ho avuto la possibilità per ben due volte di volare verso la terra dove il barbelfishing è nato. Qualche giorno per poter vivere e imparare tutti i segreti, i trucchi e gli accorgimenti che gli angler d’oltremanica da anni mettono in pratica nelle loro acque, oltre ovviamente a passare dei magnifici giorni di relax, in compagnia di amici e compagni di mille avventure di pesca.

Gruppo

Appena metti piede sul suolo britannico capisci subito che respirerai un’aria diversa, un’aria dove il pescatore è sinonimo di “sentinella dell’ambiente”, dove camminare in paese il sabato sera con l’attrezzatura da pesca in mano o sedersi su una panchina del “lungofiume” nel bel mezzo della città per scrutare la canna appoggiata alla ringhiera, suscita simpatia e rispetto, da parte di tutti. E’ proprio questo “clima” che ti colpisce subito allo stomaco; di quanto la figura del pescatore possa rappresentare e di quante occasioni potremmo avere nella nostra amata Italia.

Passeggiata

Un giro in uno dei tipici negozi inglesi, arrivati là, è d’obbligo, per rifornirsi di ciò che manca, conoscere chi ti accompagnerà per quei giorni e capire quanto “semplice” e divertente possa essere la pesca. Qualche manciata di esche di qualità, un po di minuteria e le giuste lenze bastano davvero per potersi divertire alla grande, anzi, alla grandissima. La prima cosa che impari dai pescatori inglesi è quanto siano “essenziali e minuziosi”. Sebbene possano sembrare spartani, non lasciano nulla al caso e curano tutto nei minimi dettagli, che sia la realizzazione di una lenza, la scelta del luogo dove lanciare o l’esca da impiegare.

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La seconda cosa che salta all’occhio è come gli ambienti siano curati, sebbene siano molto inferiori come “potenzialità” rispetto, ad esempio, ai nostri fiumi e canali. Piccoli gioielli incastonati in paesaggi da copertina, con un varietà e quantità di pesce che farebbero venire voglia di pescare anche a chi la pesca non sa nemmeno cosa sia.

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I fiumi visitati (il Trent prima, il Severn poi), considerati dagli inglesi fiumi di “grandi dimensioni”, non sono tanto più grossi dei nostri torrenti appenninici, ma offrono delle potenzialità di pesca enormi. Quando giri lungo le rive e scambi quatro chiacchiere coi pescatori, poi, capisci davvero che il barbo è il re incontrastato del fiume. Tutti hanno un aneddoto che riguardi la cattura di un barbo, tutti ti raccontanto quanto poderosa sia la sua difesa e quanto divertente sia pescarli. E io sono lì proprio per capire come fare, per vedere quali strategie mette in atto un “angler” per arrivare a catturare questi magnifici pesci.

Una canna, tipicamente una “specialist” (o “barbel rod”) da 12 piedi e 1,5 lb di potenza, un mulinello caricato con del buon nylon, un paio di pasturatori e piombi, un po di minuteria e una scatola di pellet, rigorosamente all’halibut, in diversi diametri. Questo è tutto quello che serve. Il pescatore di barbi inglese è un pescatore “dinamico”, che si sposta inseguendo i pesci lungo il fiume. Si, perchè l’esperienza maturata da queste persone è talmente elevata, da sapere quasi con precisione millimetrica dove insidiare i barbi più belli di quel tratto di fiume. Ascoltare una telefonata di Rob, esperto conoscitore del Trent, che chiede ad un amico quale sia stata la “posta” più redditizia nelle ultime settimane, o Mat, che conosce per filo e per segno il Severn e ti dice :”se lanci dietro quel masso a centro fiume puoi fare i barbi più grossi di Bewdley” ti lascia di stucco. E ci rimani ancor più stupito quando verifichi di persona che è davvero così. Col senno di poi capisci quanto studio degli spot e quanta esperienza c’è dietro questi pescatori, ma soprattutto quanto importanti sono queste fasi nell’azione di pesca.

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La pasturazione preventiva è abitudine di pochi. Da un lato gli ambienti sono ristretti e, come dicevo prima, i barbi localizzati in punti precisi . Sicuramente, poi, i fiumi sono talmente frequentati e le esche utilizzate, bene o male, sempre le stesse (casters, halibut pellets, carne in scatola, boiles al pesce), che è come se fossero costantemente pre-pasturati. Spesso infatti è bastato buttare qualche esca a inizio pescata e corredare la lenza di un pasturatore che creasse una scia di cibo per attirare i barbi sulle nostre lenze. La cosa più disarmante è stato vedere come un lancio posizionato 2 metri più a monte o più a valle rispetto al punto indicato non producesse alcuna cattura.

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I pescatori inglesi badano sicuramente più alla sostanza che alla forma. Spesso ti ritrovi tra le mani canne col sughero “rosicchiato” o mulinelli che gracchiano, ma la lenza che finisce in acqua è qualcosa di assolutamente perfetto, a “prova di furbo” (il barbo, s’intende). Piccoli e banali accorgimenti che fanno si che la pesca ai barbi sia qualcosa di assolutamente metodico e ragionato, dalla lunghezza del finale, al peso del pasturatore, al tempo d’attesa fra un lancio e l’altro. Tutto è cadenziato da ritmi precisi maturati dall’esperienza.

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E se quel posto non da frutti nei tempi prestabiliti si cambia, perchè significa che i pesci si sono spostati in altri lidi. Il pescatore inglese è un vero e proprio “cacciatore di barbi”, capace di inseguire il barbo della vita pescando anche in condizioni che a noi sembrerebbero proibitive. Loro infatti spesso pescano coi fiumi “in piena”, anzi, è luogo comune associare i barbi, i grossi barbi soprattutto, all’inverno e alle piene. Ovviamente, la geografia del loro territorio li aiuta molto in questo. I fiumi non hanno mai pendenze esagerate e la corrente, anche col fiume in piena, mai troppo proibitiva da non poterci pescare.

Due esperienze fantastiche, che mi mi sono servite per capire le origini di questa disciplina, per conoscere meglio le abitudini dei barbi e per imparare alcuni accorgimenti tecnici che, con un po di fantasia, si possono adattare alle nostre acque. Questi 2 viaggi, però, sono serviti anche a rendermi davvero conto di quanto sia diversa, sebbene si tratti sempre di barbi , la loro tipologia di pesca, più assimilabile alla pesca a “stalking” che non al nostro concetto comune di pesca d’ attesa. Un approccio affascinante, ma difficilmente attuabile nei nostri grandi fiumi del piano.

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L'autore

Giuseppe Uggeri muove i suoi primi passi nel mondo della pesca già all'età di 4 anni, quando, grazie al papà, scopre per la prima volta il Grande Fiume e la magia ad esso legata. Da quel momento e per tutta l'adolescenza bazzicherà fossi e canali della zona provando un po' tutte le tecniche di pesca da autodidatta con l'attezzatura "di recupero" regalatagli dallo zio. L'acquisto di un vecchio Ciao gli aprirà un mondo tutto nuovo e la possibilità di frequentare il basso tratto dell'Adda, dove conoscerà Mario Molinari, la pesca a ledgering e i barbi che abitano quel tratto di fiume. Nel 2006 diventa socio LBFItalia e tramite il forum conosce il mitico "Zio Gio" (Giovanni Massetti) che lo indottrinerà al mondo della pesca specialistica, del carpfishing e dei prodotti Big Fish. Attualmente Giuseppe non collabora più con Big Fish.

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