Il problema delle slamate e l’elastic rig

di
L'elastiic rig

Nelle prime sessioni di pesca a barbi con esche selettive (boiles, nel dettaglio), nonostante l’entusiasmo nel vedere che il “sistema” iniziava a dare i suoi frutti, il numero di barbi slamati e di ferrate a vuoto era parecchio alto. Parlo in particolare nel periodo dal 2006 al 2009 e, rileggendo a posteriori i dati raccolti, ho avuto la conferma che questo “fenomeno” non era solo un’impressione. Schede alla mano, su un campione di circa 70 barbi catturati, il numero di slamate, ferrate a vuoto e false partenze si aggirava attorno al 40%. Percentuale che sale ben oltre il 50% se consideriamo le prime pescate di una sessione di pasturazione, quando i barbi non avevano ancora preso confidenza con questo tipo di esche.

Recupero

Non avendo esperienze in merito per quanto riguardava i terminali da barbo, mi sono da subito affidato a dei normalissimi “hair rig” da carpa, pensando che se funzionavano per le carpe avrebbero funzionato anche per i barbi. Il numero di slamate invece diceva chiaramente che qualcosa nell’assetto non funzionava. Da li ho iniziato a “studiare” la problematica e a ragionare sulle differenze, morfologiche e di comportamento, tra barbi e carpe.

Alimentazione

Grazie ad una serie di DVD ordinati oltremanica, in cui vi sono svariate riprese subacquee, e analizzando bene la conformazione della bocca dei barbi, ho iniziato ad elaborare alcune mie “teorie”. I barbi a differenza delle carpe non mangiano “a 45%” rispetto al fondo, ma nuotano paralleli al fondo, e la bocca non è in asse con il corpo, ma sporge verso il basso formando una sorta di angolo retto col corpo. Dai filmati poi, si vede chiaramente che i barbi non sono degli “aspiratutto”, ma scelgono minuziosamente la porzione di fondale da “aspirare”. L’autore dei video per dimostrare ciò arriva a nascondere dei pellets sotto dei sassi e si vedono chiaramente i barbi andare a colpo sicuro, spostando addirittura il sasso col muso, per aspirare l’esca, lasciando perdere tutto il resto del letto del fiume. Altra caratteristica che ho notato, è che quasi sempre sostano sull’esca prima di aspirarla e, una volta ingoiata, scartano lateralmente o addirittura risalendo la corrente.

Angoli

Complice una serie di piene del fiume e impossibilità di pescare, nell’inverno del 2009 ho deciso quindi di provare a pensare ad un terminale che potesse meglio adattarsi al modo di abboccata dei barbi. Fondamentale è stato l’aiuto dello “zio Gio” (Giovanni Massetti) che, grazie alle sue dritte e alla sua esperienza, mi ha portato sulla giusta strada e assieme abbiamo realizzato quello che è risultato poi essere la soluzione al mio problema.

La “teoria” si basa su due punti fondamentali: un amo più aggressivo che ruota meglio e prima nella bocca del barbo e un terminale che resta in tensione finchè la resistenza del piombo non completa l’autoferrata.

Il primo punto è stato di facile soluzione. Ho utilizzato degli ami di tipo “curve shank”, cercando di far aderire il capello all’amo e tenendo la boile molto vicina alla curva, in modo da far si che l’esca e la punta dell’amo fossero perfettamente in asse con il terminale. Per la soluzione al secondo punto invece ho pensato di utilizzare una sorta di “ammortizzatore” per ovviare a 2 problemi: non far sentire al barbo la resistenza del piombo finchè l’amo non è ben piantato nella bocca del pesce, ma al tempo stesso non perdere tensione sul terminale evitando così che il barbo possa sputare l’amo durante i suoi movimenti prima della “fuga” vera e propria.

Terminale

Ne è nato così un terminale che mi piace chiamare “elastic rig” e che, sempre dati alla mano, ha portato il numero di slamate e false partenze ben al di sotto del 5%, ovvero una percentuale sicuramente trascurabile e “nella media”. Lo uso ormai con soddisfazione e fiducia dal 2009; in questi anni ho solo portato qualche piccolo aggiustamento nei materiali e nel dimensionamento. Nel prossimo articolo mostrerò nel dettaglio come realizzare la versione che attualmente uso.

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L'autore

Giuseppe Uggeri muove i suoi primi passi nel mondo della pesca già all'età di 4 anni, quando, grazie al papà, scopre per la prima volta il Grande Fiume e la magia ad esso legata. Da quel momento e per tutta l'adolescenza bazzicherà fossi e canali della zona provando un po' tutte le tecniche di pesca da autodidatta con l'attezzatura "di recupero" regalatagli dallo zio. L'acquisto di un vecchio Ciao gli aprirà un mondo tutto nuovo e la possibilità di frequentare il basso tratto dell'Adda, dove conoscerà Mario Molinari, la pesca a ledgering e i barbi che abitano quel tratto di fiume. Nel 2006 diventa socio LBFItalia e tramite il forum conosce il mitico "Zio Gio" (Giovanni Massetti) che lo indottrinerà al mondo della pesca specialistica, del carpfishing e dei prodotti Big Fish. Attualmente Giuseppe non collabora più con Big Fish.

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