Rispetto e rilascio – Prima Parte

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Foto a cura di Riccardo Dotti, Simone Gobbi,  Vito Stefano Falcone, Leporini Gianluca, Giuseppe Uggeri


 Quando si pesca ovviamente l’obbiettivo è catturare. Una “guerra” prima di strategia, studio e meditazione. Poi quando si è fortunati ed il silenzio è rotto da qualche bip ci si ritrova coinvolti in un braccio di ferro poderoso. Ora il gioco è portare il pesce a riva.  Ma ci si può dire vincitori semplicemente se si guadina il pesce e lo si salpa sul materassino? Certo quello è un obbiettivo fondamentale. Ma ne esiste uno implicito: il rispetto e l’onore alle armi.

Il nostro avversario è vinto, è battuto ma nel rispetto del catch and release (cattura e rilascio) che contraddistingue la nostra disciplina inizia un rigoroso rituale in cui tutto deve essere volto alla salvaguardia del pesce.

Forse state pensando che voglia parlare di come tenere il pesce sul materassino, come rilasciarlo. Ebbene in realtà vorrei partire in questa sequenza virtuale da alcuni fotogrammi prima. Perchè in realtà l’incolumità del pesce è già messa a repentaglio ben prima ovvero nel momento in cui al pesce presentiamo il nostro inganno. Se volessimo essere ancora più scrupolosi in realtà il rispetto del pesce dovrebbe iniziare allorquando decidiamo di buttare alimento in acqua: avremo modo di approfondire questo aspetto, quello delle esche, in articoli dedicati; per ora mi limito a dire che ovviamente le esche gettate in acqua non devono causare problemi al pesce se decidesse di alimentarsi con esse.

MONTATURA SICURA

POSIZIONE DI PENETRAZIONE

Parlavamo del momento in cui la carpa sta per aspirare il nostro inganno. Bene fermiamoci un istante. Siamo sicuri che il tutto avverrà con il minor rischio per il pesce? Ovviamente piantare un amo nella bocca di un pesce non è una procedura amichevole, tuttavia iniziando il combattimento siamo sicuri che abbiamo scelto la strada meno lesionante e rischiosa per il pesce?

In primis la scelta della montatura, dell’amo e di come quindi il tutto va a lavorare nel momento dell’aspirazione è fondamentale. Non ci si può ritenere soddisfatti solo nel salpare un pesce se la bocca risulta terribilmente lacerata. Il pesce probabilmente non morirà dopo il rilascio ma sarà costretto a vivere in una condizione di handicap molto elevata. Le classiche carpe con la bocca da salmone sono uno spettacolo orribile; personalmente ho smesso di pescare in ambienti troppo pressati in cui i pesci si trovavano in queste condizioni.

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Quando scrivo “montatura sicura” ho ben chiaro l’obbiettivo che mi sono prefissato: avere la più bassa percentuale possibile di slamatura e la più alta probabilità che l’amo si conficchi nella parte più resistente della bocca della carpa. In pratica uniamo l’utile all’etico in modo intelligente.

Ebbene la parte più resistente della bocca della carpa risiede nella zona inferiore, quella che viene usata anche come “paletta” per raschiare il fondo, quella che quindi sarà più callosa e spessa. Personalmente non mi ritengo soddisfatto di una montatura se allama troppo volte nella parte laterale o superiore (ancora peggio) dell’apparato boccale. In primis il rischio è che la carpa si slami durante il combattimento. In secundis il rischio di apportare lesioni alle pareti è molto alto. Se avete allamato il pesce in una zona fragile essa potrà comunque  riemarginarsi ma il rischio è che i tessuti si ricostruiscano a discapito della mobilità: addio bocca retrattile. Quanto sin ora detto lo si può notare tranquillamente nel momento della slamatura: un amo piantato nella parte sotto è fisso e non tende a scorrere e creare tagli longitudinali. Nello stesso momento in cui lo andiamo a togliere sentiremo la consistenza del tessuto. Diversa invece la sensazione che si percepisce slamando un amo piantato lateralmente: il tessuto è molto tenero ed il rischio di aver causato tagli o lacerazioni è molto alto.

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In questa foto è possibile vedere molto bene come è fatta la bocca di una carpa.

In questo senso ci sono ami che già di partenza si dovrebbe sapere che se usati male sono vere mannaie. Se siamo alle prime armi e non conosciamo lo strumento che stiamo per utilizzare non voglio mettervi panico: provate le vostre montature, magari in ambienti in cui vi è altissima quantità di pesce in modo che teoricamente ci sia abbastanza tempo prima di una ricattura e quindi che ci sia una alta possibilità di far riemarginare la ferita senza danni collaterali; ma se vi accorgete che state aprendo una macelleria al diavolo gli spiccioli spesi per una busta di ami: la salute del pesce prima di tutto.

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Esistono ami denominati bent Hook (cioè ami che cuciono) che sicuramente hanno un ottimo effetto di rotazione (ovviamente durante l’aspirata l’amo deve ruotare e la punta deve andare a cercare il contatto con le pareti della bocca) ma una volta conficcati continuano la loro azione con un’alta possibilità di riconficcarsi per una seconda volta: horror macabro! Se si nota il bent hook ha una piega (vi dice nulla il line aligner?) che favorisce la torsione. E’ possibile ricreare quella curvatura da un amo “normale” con un tubetto termorestringente, o un mouthsnagger ma essendo questi materiali plastici durante il combattimento andranno a raddrizzarsi perdendo il fattore rotazione che durante il combattimento non serve.

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Questi ami rubati per lo più dalla pesca al salmone furono e sono tutt’ora banditi dalle fisheries inglesi, dove ovviamente la salute del pesce è sottoposta a grande attenzione.

Un altro amo che personalmente non utilizzo più è quello a schiena di porco. E’ un amo sicuramente ad alta percentuale di allamata ma tende a cucire  ed a lasciare tagli e sbragature. Se poi si utilizza questo amo per recuperi di prede a grande distanza forse qualche domanda ce la si deve porre sulla propria salute mentale.

E’ ovvio che non è il solo amo che fa, ma è tutta la montatura in se. Teorizzare tutto ora e successivamente in questo scritto è impossibile. E’ fondamentale affidarsi al buon senso e soprattutto arrendersi di fronte all’evidenza di una cattura mal eseguita: un pesce rovinato è per sempre.

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La bocca di questa carpa fa venire i brividi. Notate le lacerazioni, le escoriazioni. Come potete vedere le zone laterali della bocca, le più fragili, sono state dilaniate da montature che non si sono piantate nella zona migliore della bocca, quella inferiore. Questa bocca rovinata viene detta volgarmente “becco da salmone”. Fate in modo che le vostre montature ed il vostro modo di pescare non riducano così i pesci.

RISCHIO ROTTURA E/O INCAGLIO

Durante il combattimento ovviamente il pesce potrebbe tirare verso le zone ricche di incaglio per trovarci riparo. E’ chiaro che se il pesce va in quelle direzioni il rischio rottura è dietro l’angolo. Se dovesse succedere questa negativa situazione dobbiamo essere sicuri di aver utilizzato stratagemmi che diano alto potere di ferrata ma che possano essere persi immediatamente.

Esistono safety clip per pescare a bolt rig (ovvero con piombo bloccato) che in caso di incaglio permettono al piombo di staccarsi e non gravare sulla bocca di un pesce. Le clip non servono semplicemente per cambiare il piombo in modo rapido oppure per toglierlo quando si ripongono le canne nei foderi in modo che non righi le canne. No. Le clip nascono per essere safety, ovvero per la sicurezza del pesce. Tutti gli altri aspetti enunciati sono migliorie circostanziali. Ma se la clip quando incagliata non perde il piombo, è una clip fallimentare, una clip da condanna a morte.

Posso garantirvi che le clip Big Fish (sia  le metal che le Leadclip ver. 2) garantiscono quello per cui sono state progettate. E sono prodotti che prima di vedere la luce del mercato sono stati portati in pesca dal team per capire se e come potessero essere migliorati. Non basta copiare la forma di un prodotto, perchè anche il materiale di cui è composto incide sul lavoro che compie.

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Ad esempio le leadclip non sono fatte in semplice plastica, ma nyoln che sopporta oltretutto maggior lavoro e ne determina un cambio per usura meno frequente.

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Pescando inline il discorso è comunque lo stesso: il piombo deve staccarsi dalla girella e poter lasciarsi attraversare dal filo a monte. Che cosa ci può essere a monte che fa fallire un sistema inline? Ad esempio un’asola di un leadcore troppo grossa, un nodo di giunzione con uno shock leader troppo grosso. Se il piombo non è in grado di svincolarsi dal filo state commettendo un grosso errore.

Una soluzione inline molto sicura (in primis per il pesce) è il piattello in line. Oltretutto data la sua forma durante il recupero tende a risalire subito dal fondo evitando ulteriori incagli (scalini, radici, legni).

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Onestamente mi è capitato di vedere soluzioni raccapriccianti (recuperando montature restate sul fondo, o ancor peggio pesci restati intrappolati in tali abomini) che nemmeno dovrebbero venire in mente. Una clip bolt rig con il conetto siliconico incollato oppure fissata e stretta con fascetta; una montatura inline su un leadcore terminante con girella fissato con piombino a monte. Se lo fate siate maledetti. Il costo di un piombo non vale la vita di un pesce o una sua mutilazione.

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Mi è capitato anche di vedere pescatori lanciare i propri inganni ad un metro da incagli e vederli avere dieci partenze di cui nessuna recuperata, lasciando metri di filato in acqua e molto probabilmente carpe impiccate. Gli stessi filati a lungo andare vanno a creare appigli e incagli. Abominevole. Che gusto c’è nell’avere una partenza non recuperata? a mettere a rischio la vita di un pesce? E non ci può essere motivazione solo perchè non si vede ciò che rimane sott’acqua. Nell’immagine sopra c’è scritto: “No fishing in the snags” ovvero “non pescare negli ostacoli”… se c’è bisogno di fare un cartello evidentemente dobbiamo ancora fare molti passi di miglioramento come carpisti. Nessuno mai potrà denunciarvi se non utilizzate un sistema sicuro. Ma non pretendete di essere chiamati carpisti se persistete nell’essere diabolici. A dire il vero per me non siete nemmeno pescatori.

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Altra riflessione che si può fare pescando in zone a rischio di incaglio è la portata dei fili. Uno potrebbe pensare che la cosa migliore da fare sia aumentare il libraggio dei fili sia in bobina, sia dell’eventuale shock leader nonchè del terminale. Il perchè teorico è presto detto: se la carpa parte si fa il tiro alla fune. Avete mai fatto un tiro all fune con una carpa? Se la carpa punta un ostacolo potete avere anche una corda ma se le opponete resistenza essa si prenderà comunque qualche metro raddrizzandovi canna e braccia oltre a quelli già presi durante la partenza (anche se avete le frizioni serrate qualcosa andrà a guadagnare). Fare il tiro alla fune basandosi solo sulla forza e sulla dimensione dei filati è da veri pazzi. In primis il rischio è di creare un enorme ferita nella bocca del pesce (poichè di certo non cederà per dolore e continuerà imperterrita nella sua direzione di fuga). In secondo luogo ammesso che il filo possa tenere lo sforzo comunque non è detto che resista allo sfregamento con l’eventuale incaglio, quindi avrete il rischio di rompere lasciando la carpa con terminale più metri di lenza che prima o poi andrà nuovamente ad incagliarsi da qualche parte ammesso che non rimanga appesa al primo incaglio. Ma se il filo resiste allo sfregamento e non si rompe? A questa domanda rispondo con un’altra: e se il filo semplicemente si incagliasse nell’ostacolo pur resistendo? Credete di riuscire a recuperare un ceppo d’albero con la vostra canna fosse anche (come m’è capitato di vedere ancora) di 5 libbre? Riuscite a vedere la scena sott’acqua? Vi rendete conto che se una carpa rimane incagliata continuerà a tirare imperterrità devastandosi bocca, branchie, squame e pinne?

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Oltretutto se non siete i primi ad avere avuto la brillante idea di giocarvi il jolly della zona incagli, sul fondo oltre al vostro filo ne sono già finiti altri creando una ragnatela vera e propria di lame taglienti (i fili sono comunque abrasivi e possono finire sotto le squame o nelle branchie). Quindi se la carpa riuscirà a liberarsi avrà serie ferite e possibilità di rimanere viva ma seriamente provata e mutilata. Se non riuscirà a liberarsi andrà incontro ad una lenta agonia culminante con la morte. Il fatto che non lo vediate con i vostri occhi non significa che non succeda. Vi serve davvero sacrificare più pesci per uno scatto da esibire su facebook?

E’ normale che pescando sott’acqua si vada incontro a situazioni di incaglio non previste: non sempre si può pescare su soffici praterie di sabbia. Ci sono zone in cui magari questa situazione può essere leggermente maggiore, ma non proibitiva. Per affrontarle si deve sempre prevedere che nel nostro costrutto ci sia un punto di rottura in sicurezza per il pesce, come fosse un fusibile che salta in favore della sicurezza. Se ad esempio pescate con una linea madre di grande spessore per affrontare a dovere un fondale abrasivo, fate in modo che in caso di incaglio a cedere sia il nodo del terminale, lasciando la carpa con un unico spezzone di 20-30 centimetri che di certo non costituirà un rischio nemmeno se il pesce se lo porta appresso nel suo rifugio dove con calma con buona probabilità riuscirà ad espellerlo. Per farlo è semplice: basta che il terminale sia fatto con treccia resistente al combattimento. Andare oltre i 30-35 libbre per me non ha senso. E ripeto di aver pescato ovunque dal fiume Po alle mitiche acque di Cassien ricche delle “famose” radici. Proprio mentre scrivo ho ricevuto una foto dal caro amico Beppe che fa da ottimo esempio: ha appena catturato un esemplare inaspettato di siluro pompato a dovere per non farlo andare nel correntone centrale del Po. Dopo il combattimento ha potuto scattare la foto del trofeo.

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Ebbene come terminale non aveva un 100 libbre ma bensi un 10 libbre (per la cronaca Gardner Target Speciskin Weed 10 lb).

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Continua…

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L'autore

Riccardo Dotti è un pescatore che ha iniziato a pescare dalla prima infanzia quando aveva otto anni. Dapprima pesce bianco con la bolognese, poi trote a bombarda ed infine carpe con la classica pesca a fondo. Agli albori del carpfishing italiano decise di conoscere meglio la disciplina anglosassone iniziando a praticarla con l’attrezzatura di cui disponeva, dapprima nelle cave e nei fiumi della sua zona (fiume Gambara, Oglio, Mincio, Po e varie cave della zona bresciana oltre che ai laghi di Mantova) per poi conoscere le varie acque dello stivale in compagnia del mitico Zio Giò alias Giovanni Massetti (Endine, Pusiano, Caldonazzo, Arno, Caccamo, Viverone per citarne alcune). Attualmente Riccardo è collaboratore e tester di Big Fish contribuendo al knowhow e a proporre prodotti validi per acque italiane! ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ ESCA PREFERITA => C.I.A.(Self made) CANNA PREFERITA=>Century FS 3lb TENDA PREFERITA=>AQUA M3-MK1 MITI ISPIRATIVI=>Leon Hoogendijk GENERE MUSICALE=>Hard Rock - Metal

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