Rotary Letter: la lunghezza del terminale

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Terminali che passione! O che ansia? In effetti spesso davanti ad una cattura mancata o ad una slamata le domande crescono in modo esponenziale e mille dubbi cominciano ad affollarci la testa. Una di queste domande potrebbe essere: la lunghezza del terminale era giusta? Ed allora proviamo a vedere i nostri ragazzi cosa pensano riguardo questo argomento.

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Christian Bedon

CHRISTIAN BEDON

Arrivando al carpfishing attraverso altre tecniche inizialmente mi preoccupavo, non poco, di distanziare molto il mio innesco dal piombo per evitare  che la carpa si trovasse sotto il naso questo oggetto, estraneo al suo ambiente,  al momento di aspirare il mio innesco , e quindi costruivo terminali molto lunghi (35-40 cm).

In realta, col tempo, sono venuto alla conclusione che questo distanziamento molto utile in altre tecniche per non allarmare il pesce non ha reali vantaggi nella pesca a fondo in generale e soprattutto nel carpfishing, anzi a volte un terminale troppo lungo può compromettere l’efficacia del nostro rig, poichè rischia di lasciare troppo margine di tempo al pesce prima di incontrare l’amo, sopratutto usando materiali morbidi che inevitabilmente non riescono a stendersi completamente (in questo caso è d’obbligo l’utilizzo del tungsteno per far aderire completamente il terminale al fondo evitando almeno i loop verticali). Tendo comunque ad utilizzare piombi mimetici soprattutto in posti pressati o con fondali molto puliti e duri ma ho notato che in posti selvaggi dove le carpe non hanno memoria traumtica di precedenti catture un piombo che contrasta con il fondale può addirittura incuriosirle.

I video che sono apparsi nell’ultimo decennio sul comportamento alimentare delle carpe anche di fronte ai nostri inganni mi sono sicuramente serviti a capire molte cose, anche se è importante ricordare che sono  realizzati perlopiù in carpodromi con pesci “educati” e punti molte volte.

In generale un terminale di 20-25 cm realizzato con guainato spellato nei 4-5 cm prossimi all’amo è un terminale adatto a moltissime situazioni come del resto lo può essere uno di 15-20 cm realizzato in materiale stiff tipo fluorcarbon.

Credo comunque che la lunghezza del terminale vada stabilita di volta in volta a seconda dell’ambiente che ci apprestiamo ad affrontare:

-Tipologia di acque: acque correnti o acque ferme

-Tipologia di fondale

-Pressione di pesca

-stagione di pesca

sono tutte variabili che ci riconducono al concetto fondamentale e cioè il modo di alimentarsi delle carpe nel loro determinato ambiente.

Nello stesso ambiente vario la lunghezza per pescare in una zona a fondale molle, più lungo, ed in un fondale  duro, più corto.

Nello stesso ambiente vario la lunghezza per pescare in una zona a fondale molle, più lungo, ed in un fondale duro, più corto.

Io sono solito utilizzare i terminali lunghi in acque  correnti, in fondali fangosi, negli erbai,in generale negli ambienti selvaggi dove le carpe aspirano senza problemi i nostri inneschi, mentre quelli corti in fondali duri, sassosi, in presenza di rocce ed ostacoli in genere, in inverno, e dove le carpe si alimentano in modo sospettoso.

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Fabrizio Morgagni

FABRIZIO MORGAGNI


Il terminale deve essere sufficientemente lungo da permettereal pesce di prendere agevolmente l’esca e l’amo, ma deve potersi tendere ed entrare in contatto con il piombo prima che la carpa possa espellere il tutto. Ecco che entrano in campo molte valutazioni legate al modo di alimentarsi dei pesci, al tipo di ambiente/stagione, al tipo di fondale, al tipo d’innesco e al materiale con cui è costruito il terminale (più o meno rigido). Comunque, a mio parere, lunghezze tra i 20 e 25 cm costituite da una parte più morbida (spellata sui 5 cm) e una più rigida (parte restante) si adattano bene a quasi tutti gli approcci, per cui nulla di complesso. In linea di principio terminali più corti sono validi per pesci molto lenti che aspirano piano ed espellono facilmente “educati”, fondali con detriti, disuniformi, rami, erbai, esche piccole, pesca di ricerca, inverno e pasturazioni concentrate. Viceversa terminali corti non vanno bene per acque mosse, carpe voraci, molto mobili, pesci di branco, fondali melmosi, esche lunghe o grosse e pasturazioni ampie. Terminali troppo corti, anticipando il contatto con la zavorra, possono produrre, singoli “pip”..o allamate superficiali e/o non corrette, terminali troppo lunghi possono permettere al pesce di sentire l’anomalia espellere prima di venire ferrati o ingoiare troppo. Trovare il giusto equilibrio (misura) nella situazione specifica in base a questi fattori ci permetterà di ottimizzare e qualche cattura in più. Ultime due cose: un po’ di gioco sulla girella aiuta, quindi o cappio o girelle con anellino snodato (ring swivel ) e soprattutto irrinunciabile un po’ di tungsteno malleabile per evitare che il pesce possa individuare anomalie nel momento più importante.

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Andrea Fabbroni

ANDREA FABBRONI

Nelle mie paranoie di carpista e conseguenti immedesimazioni in una carpa, lunghezza, tipologia di materiale e “percettibilità” dello stesso hanno rivestito sempre variegati pensieri e punti di riflessione.

Ancor prima dell’ avvento dei famosi “underwater” in giornate infruttuose , ma con palese attività dei pesci, mi chiedevo il perchè non arrivasse nessuna partenza.

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Premesse a parte, ritengo che la scelta della lunghezza del terminale dipenda essenzialmente da 2 fattori.

1) il primo è riferibile alla tipologia di pesca che si pone in essere. Con questa definizione intendo una analisi complessiva della situazione, quindi luogo, modalità di calata, condizioni del fondo e materiali impiegati.

  • Pesca a lancio: in questo caso la prima scelta è sempre il fatto di non ingarbugliare, quindi sto massimo su 25 cm di terminale con materiali stiff o semistiff.
  • Pesca con ausilio di natante: i terminali oscillano da 15 a 30 cm, salvo situazioni eccezionali di fango o alghe sul fondo. Più utilizzo un terminale morbido, più lo stesso sarà corto.(salvo fattori eccezionali).
  • Ostacoli sul fondo: tanto più il luogo è ingombro di rami e pali, tanto più tendo ad accorciare il terminale.
  • Materiali impiegati: se si utilizzano treccie morbide, non salgo mai sopra i 20-22 cm, a meno che non ci sia una grande melma nel fondo.

Con materiali semi stiff, tendo a stare su un range 15-30 cm, nella maggior parte delle situazioni.

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Con monofili o fluorocarbon il terminale oscilla quasi sempre da 12 a 20 cm, per incrementare l’effetto sorpresa. Questa lunghezza è dovuta dal fatto che utilizzo questi materiali quasi esclusivamente in fondali molto “duri” e non molto pieni di alghe, tendenzialmente associati anche ad un piombo in linea.

In conclusione penso che una lunghezza standard da 15 a 30 cm sia sempre una soluzione di “default” e che permette di catturare in tutte le situazioni, ma sta sempre all’analisi del pescatore cercare di modificare la propria tecnica di pesca se i risultati non arrivano.

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2) Il secondo aspetto che influenza la lunghezza del terminale, e probabilmente è quello più rilevante su alcuni tipi di pesca, è l’aspetto “differenza” che crea una presentazione completamente diversa da quello a cui i pesci sono abituati.

Questo aspetto non lo tengo in considerazione se la pescata è preceduta da una pasturazione preventiva, o se avviene in un grande lago tipo bolsena dove il fattore principale rimanesempre l’intercettazione dello spot giusto.

Ma in piccoli ambienti, e magari senza possibilità di pasturare preventivamente, ed ormai ad oggi ultrapressati, cerco sempre di reperire inforazioni su come la gente pesca e approccia la stessa.

Sono fermamente convinto che pesci ultrapressati siano in grado di percepire il pericolo e di liberarsi dall’innesco che prevalentemente si trovano a fronteggiare, ma non di rinunciare ad alimentarsi.

Fargli trovari una trappola completamente differente in termini di materiali e di montatura, spesso risolve anche situazioni apparentemente disperate.

Ovviamente se decidono di stare a dieta, non c’è inganno che tenga!!!!!!!

Un saluto e sempre “Big Fish”!!!

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Stefano Pasquali

STEFANO PASQUALI

“Keep it simple” rimane la regola fondamentale con cui affronto le tematiche tecniche, fermo nella mia convinzione che con una manciata di terminali si possano affrontare tutte le situazioni.

Per quel che riguarda la lunghezza dei terminali faccio una prima distinzione a seconda che mi trovi a dover affrontare un fondale melmoso e morbido piuttosto che duro e compatto. Nel primo caso preferisco adottare terminali un pò più lunghi di qualche cm (rispetto ai soliti 20-25) in modo che un eventuale affondamento del piombo non provochi problemi di mobilità. Se il fondale è compatto invece preferisco un terminale più corto.

Una seconda variabile è la modalità di calata. Se lancio tengo il terminale un pelo più corto, se calo dalla barca posso stare più lungo.

Un’ultimo distinguo lo faccio in base al posto di pesca: in acque libere e poco pressate non ho problemi ad utilizzare terminali più lunghi, mentre preferisco terminali più corti in acque sottoposte a maggiore pressione di pesca, per dare meno possibilità ai pesci di “giocare” con l’innesco.

 

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